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Mandato d'arresto europeo e valori UE: la storica sentenza contro l'Ungheria cambia le regole della cooperazione penale

Il 21 aprile 2026 la Corte di giustizia dell'Unione europea, riunita in seduta plenaria, ha pronunciato una sentenza destinata a lasciare il segno: la causa Commissione c. Ungheria (Valori dell'Unione), C-769/22. Per la prima volta nella storia del diritto europeo, i giudici di Lussemburgo hanno riconosciuto all'articolo 2 del Trattato sull'Unione europea una portata normativa autonoma e pienamente giustiziabile. In parole semplici: i valori fondanti dell'Unione — stato di diritto, democrazia, rispetto dei diritti fondamentali — non sono più semplici dichiarazioni d'intenti, ma norme vincolanti che gli Stati membri sono obbligati a rispettare, pena un formale accertamento di inadempimento davanti alla Corte stessa.

Le conseguenze di questa pronuncia si irradiano ben oltre il caso ungherese. Sul piano della cooperazione giudiziaria penale, e in particolare del mandato d'arresto europeo (MAE), lo scenario cambia in modo significativo — con ricadute concrete per i cittadini, le imprese e i professionisti che si trovano a gestire procedure di consegna transfrontaliera.

Che cos'è l'articolo 2 TUE e perché questa sentenza è rivoluzionaria

L'articolo 2 del Trattato sull'Unione europea elenca i valori su cui si fonda l'intera architettura europea: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, rispetto dei diritti umani. Fino ad oggi, quella norma veniva considerata dai più come una sorta di preambolo solenne, privo di reale forza coercitiva in sede contenziosa.

La sentenza Commissione c. Ungheria capovolge questa lettura. La Corte chiarisce che una violazione «manifesta e particolarmente grave» dell'articolo 2 TUE è, di per sé, sufficiente a fondare un ricorso per inadempimento contro uno Stato membro. Non occorre più dimostrare la violazione di una norma secondaria specifica: basta provare che lo Stato ha tradito i valori fondativi dell'Unione in modo sistematico e incontestabile.

Il mandato d'arresto europeo: il test Aranyosi/LM e la sua possibile evoluzione

Per comprendere le ricadute pratiche, occorre richiamare il meccanismo che governa il MAE. La decisione quadro sul mandato d'arresto europeo poggia sul principio del mutuo riconoscimento: in linea di massima, l'autorità giudiziaria di uno Stato membro deve dare esecuzione al mandato emesso da un altro Stato, senza riesaminare il merito.

Tuttavia, la giurisprudenza europea — a partire dalle sentenze Aranyosi e LM — ha elaborato un test in due gradini che consente il rifiuto della consegna quando esistono rischi reali per i diritti fondamentali della persona ricercata:

  • Primo gradino: si deve accertare l'esistenza, nello Stato emittente, di carenze sistemiche o generalizzate nel rispetto dei diritti fondamentali.
  • Secondo gradino: si deve dimostrare che la persona concretamente coinvolta è esposta a un rischio individualizzato, cioè che quelle carenze la toccheranno direttamente.

Il secondo gradino ha sempre rappresentato l'ostacolo più difficile da superare per chi si oppone alla consegna. Ed è qui che la sentenza del 21 aprile 2026 apre scenari nuovi.

La nuova ipotesi difensiva: l'articolo 2 TUE come fondamento del rifiuto di consegna

L'analisi giuridica scaturita dalla sentenza suggerisce una traiettoria interpretativa di grande interesse pratico. Se un accertamento autonomo della violazione dell'articolo 2 TUE è ormai possibile — e vincolante — il primo gradino del test risulta automaticamente e solidamente soddisfatto ogni volta che uno Stato membro sia stato condannato per lesione sistematica dei valori fondanti.

Ma c'è di più. La tesi difensiva che emerge dalla dottrina più avanzata va ancora oltre: in prospettiva di sviluppo giurisprudenziale, l'appartenenza della persona ricercata al gruppo colpito dalla violazione sistemica potrebbe valere, di per sé, come sufficiente individualizzazione del rischio. In altri termini, il secondo gradino potrebbe progressivamente essere assorbito dal primo, rendendo di fatto superflua la prova del rischio personale specifico.

Sul piano operativo, ciò significa che — attraverso l'articolo 1, paragrafo 3, della decisione quadro sul MAE, che fa salvo il rispetto dei diritti fondamentali e dei principi giuridici fondamentali — l'autorità giudiziaria di esecuzione potrebbe legittimamente rifiutare la consegna fondandosi direttamente sulla violazione accertata dell'articolo 2 TUE, senza dover costruire una dimostrazione caso per caso del rischio individuale.

Cosa significa tutto questo per chi è coinvolto in una procedura di MAE

Le implicazioni pratiche sono rilevanti e meritano di essere declinate concretamente:

  • Per la persona richiesta in consegna: disporre di uno strumento difensivo più solido e diretto, soprattutto quando il mandato proviene da uno Stato nei confronti del quale esiste già un accertamento di violazione dei valori europei.
  • Per i legali che assistono soggetti in procedure MAE: la sentenza Commissione c. Ungheria costituisce un precedente da invocare immediatamente nelle memorie difensive, sia davanti alle corti nazionali sia — ove possibile — sollecitando un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia.
  • Per le imprese con operatività transnazionale: la stabilità dello stato di diritto negli Stati con cui si intrattengono rapporti commerciali assume un rilievo non solo reputazionale, ma direttamente giuridico, anche sotto il profilo della cooperazione giudiziaria.

Un cambio di paradigma nel diritto europeo

Al di là delle sue ricadute immediate sul MAE, la sentenza Commissione c. Ungheria segna un cambio di paradigma profondo nel modo in cui l'Unione europea intende far valere la propria identità costituzionale. I valori dell'Unione smettono di essere un orizzonte ideale e diventano strumento giuridico esigibile. Questo rafforza la posizione di chiunque — cittadino, impresa o autorità — voglia far valere i propri diritti in un contesto europeo sempre più complesso e, in alcuni ambiti, fragile.

Il percorso giurisprudenziale che si apre è ancora in divenire, ma la direzione è chiara: l'Europa dei valori non si limita più a proclamare principi. Li difende in tribunale.

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